Un uomo, un prete, un vescovo, un missionario: Monsignor Pollio

Ottobre Missionario.
Il fascino di un uomo,
il coraggio di un prete,
la tenacia di un vescovo,
il martirio di un missionario:
Mons. Gaetano Pollio, arcivescovo di Salerno

 
 
Il mese missionario ci apre alla riflessione su un tema che è il cuore della Chiesa cattolica: “L’annuncio di Cristo, salvatore del mondo”. Spesso la nostra attenzione si rivolge ai missionari dell’ora presente, giustamente, ma non possiamo dimenticare chi si è consumato per diffondere il regno di Dio.

Nella nostra Arcidiocesi ce ne sono tanti. Citiamo ad esempio don Alfonso De Caro, sacerdote fidei donum, ma non possiamo non ricordare l’Arcivescovo di Salerno, Monsignor Gaetano Pollio, un missionario, il quale ha raccontato la sua esperienza nel libro “Croce d’oro tra le sbarre” (1960).

Egli nacque a Meta di Sorrento nel 1911, ma pur non essendo nativo di Salerno, dopo una grave malattia, nel 1991 fu seppellito nel Duomo di Salerno per sua espressa volontà, quasi a suggellare questo rapporto con la nostra città.
Molti hanno perso la memoria di questo missionario puro sangue, che impavido dei pericoli e armato della fede volle andare (1940) nel regno dell‘ateismo, la Cina di Mao.
Una scelta coraggiosa, perché a quel tempo la Cina era luogo del maoismo ed era avversa a ogni forma di fede. Insomma la religione di Stato era l’ateismo e l’opposizione alla religione.
La storia del missionario Gaetano Pollio inizia a Kaifeng (città della provincia cinese dello Henan), terra di gioia e di martirio.
Egli, in questo territorio occupato dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale, svolge la sua missione e quando il suo predecessore, Monsignor Antonio Barosi, insieme ad altri 3 missionari, fu ucciso in modo barbaro, Pollio è chiamato a reggere le sorti della Missione e fu nominato vescovo il 12 dicembre 1946.
Qui inizia la sua storia di martirio, lento e costante, alleviato solo da un cordoncino ricavato in modo fortuito da un esile filo del vestito lacero e bisunto, ove aveva con grande attenzione, prodotto dieci piccoli nodi che servivano per recitare i chilometri di rosario giornaliero.
Nel giugno del 1948 fu imprigionato e sottoposto a un duro regime carcerario.
In una cella angusta, obbligati a stare seduti, doveva lì vivere insieme ad altri compagni .
I topi, gli scarafaggi, gli insetti erano gli unici visitatori in quel luogo di martirio, sempre seduti senza potersi alzare per sgranchirsi le gambe, pronti a difendersi dagli attacchi dei velenosi scorpioni, in modo disumano hanno, giorno dopo giorno, vissuto la barbara prigionia.
"In cella(4×2,10 m) eravamo costretti (in 9 persone) a stare seduti a terra tutto il giorno dalle cinque del mattino alle dieci di sera senza poterci alzare e muovere; la terra era umida, per cui in poco tempo il mio corpo si coprì di piaghe… I topi di ogni dimensione, ma specialmente i grossi topi di fogna avevano libero ingresso, andavano da una cella all’altra. Gli scorpioni sempre pronti a difendersi e a iniettare veleno che produce, nell’uomo colpito, fortissimi dolori e talvolta la morte, ci tenevano in guardia; cimici, pidocchi ed altri insetti trovavano libero campo e si moltiplicavano. Al sibilo di un fischietto e al grido della sentinella, alle dieci di sera, prontamente dovevamo sdraiarci a terra e restare immobili fino alle cinque del mattino seguente, quando un altro sibilo e un altro grido ci obbligavano a riprendere la solita posizione scomoda e dolorosa”.
Ma il vertice della sua pena, che aveva come colpa quella di essere cattolico, è quando il vescovo Pollio fu mandato a scontare la sentenza ai lavori forzati.
“Conobbi anche le pene dei lavori. Fui addetto ai lavori più umili, più avvilenti e ripugnanti. Insieme con ex-generale dell’esercito nazionalista, con un professore d’università e con altri detenuti dovevo impastare lo sterco con la terra, riempirne dei cesti e caricarli suoi carretti”.
La diocesi di Salerno onora il missionario, il sacerdote, l’arcivescovo.
Le giovani generazioni della nostra diocesi sanno di certo che abbiamo avuto un arcivescovo dal nome Gaetano Pollio, ma questo non basta, perché la statura di un uomo si coglie dalla esistenza che ha vissuto.
Noi siamo chiamati a ricordarlo ai tanti distratti, che non sanno che anche la Chiesa di Salerno ha i suoi martiri… e la memoria è la gratitudine del cuore.

 

8 Comments

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *